mercoledì 13 gennaio 2021

Piccoli corvi e grandi "magie"


 A Ottobre ho fatto un’incontro splendido, quasi fortuito direi, con una piccola ragazzina, nera come un corvo e con cui ho sentito subito una fortissima affinità.
Vi avevo già parlato di lei e di quanto mi abbia entusiasmato la sua storia.
Con questo nuovo volume, non solo l’ho riscoperta ma mi sono affezionata ancora più profondamente di lei e al suo mondo.
Morrigan si è insinuata pian piano nel mio cuore e ci è rimasta.

Questo secondo libro è, a mio parere, un altro grande successo per Jessica Townsend.
Al lettore vengono spalancate le porte non solo della misteriosa Woundrous Society ma anche della stessa città di Nevermoor: il worldbuilding si espande, colorandosi di sfumature bizzarre ed impensabili, mostrando a chi viaggia insieme a Morrigan angoli, tradizioni e luoghi leggendari, inediti passati segreti e costruzioni al limite del possibile.
Questo è uno degli aspetti che amo di più di Nevermoor: l’impensabile si nasconde sempre dietro l’angolo.
La città ti sorprende ad ogni passo, ti prende in contropiede con il suo essere caotica e ti affascina con il mosaico di meraviglie che l’autrice riesce sapientemente a creare.
Vorrei poter vivere anche un solo giorno in una città magica come Nevermoor, sono sicura che non mi annoierei mai.

Come vi dicevo, con questo secondo volume il mio amore per questa saga si è rinnovato ed ingigantito (soprattutto per Jupiter e Morrigan, che si riconfermano essere assolutamente i miei personaggi preferiti).
Solitamente i secondi capitoli non sono mai all’altezza dei primi, vengono considerati un po’ come “quelli di passaggio”: per la maggior parte vuoti e transitori.
Non è assolutamente questo il caso.
È un costante intreccio di avventure, ricche di colpi di scena e rivelazioni, in una tela che coinvolge tutta la città: Morrigan si troverà a dover fronteggiare un abile ragno tessitore, tra intrighi, raggiri e apparenze, in cui “buoni” e “cattivi” si mischiano e confondono e nulla è come potrebbe sembrare.

Ho apprezzato tantissimo il fatto che l’autrice abbia approfondito il non-visto, i vari “bernoccoli” dei personaggi e alcuni degli infiniti segreti di Nevermoor.
È stato fantastico per me scoprire qualcosa in più sulla Wunder, la magica forza che distrugge, costruisce e crea.
 È innegabile l’abilità della Townsend come creatrice di mondi e personaggi: la sua scrittura è fluida, semplice ed accattivante.

Morrigan è uno di quei personaggi con cui è impossibile non entrare in sintonia: per me è stato come specchiarsi, mi sono connessa con lei in un modo profondo ed unico. È una cosa che mi accade raramente, ma tra me e Morrigan si è creato un legame dal primo momento in cui l’ho incontrata.
Mi sono resa conto di quanto siamo simili, più di quanto mi aspettassi in realtà, e questo secondo capitolo non ha fatto altro che confermarlo.
Ho avvertito la sua forte necessità di appartenenza, il suo sentirsi diversa per una vita intera e finalmente, l’allettante possibilità di avere un posto unicamente per lei, in cui sentirsi accolta e a casa.
È poi c’è lui, fantastico personaggio nonché mentore migliore del mondo: Jupiter North. Io sono di parte, perché Jupiter è diventato una delle mie fortissime crush letterarie, ma è davvero un personaggio ben costruito: il suo rapporto di complicità con Morrigan è cresciuto e si è rafforzato e ho trovato splendido il loro legame.

In definitiva, questo non è solo un secondo volume meraviglioso, ma è anche uno specchio sulla vita: ti insegna che tutti abbiamo un nostro posto nel mondo, che seguire il nostro cuore per proteggere chi amiamo è di fondamentale importanza e che, spesso, l’apparenza non solo inganna, ma cela anche i più bei tesori che si possano immaginare.
Vi saluto pregandovi di leggere questa trilogia, perché non solo ne vale ampiamente la pena, è ben scritta, accattivante, coinvolgente e chi più ne ha più ne mette, ma ha un aspetto fondamentale, una marcia in più: c’è Jupiter!!!

domenica 10 gennaio 2021

Fantasmi e Cappuccino.

 Ho pensato tanto di cosa parlare in questo #writingmonday. 

Voglio che sia uno spazio per me e per voi, dove esprimersi, esporsi senza giudizi. Una pagina bianca e libera da ogni costrizione.
Per questo oggi ho deciso di raccontarvi una storia. 


“Non tutte le favole iniziano con “C’era una volta…” sapete? O almeno, non quelle che proprio "favole" non sono.
Basta aprire un po’ le finestre della vostra mente e ci sarà sempre qualche storia, qualche momento vissuto che vi parlerà, che vi ricorderà qualcosa di speciale.


C’è stato un periodo della mia vita che pensavo potesse durare per sempre.

È stato anni fa ormai, ma mi capita spesso di pensarci. Forse anche troppo spesso.
Erano momenti in cui credevo che nulla potesse scalfirmi, dove tutto andava per il verso giusto ed essere felici era semplice. Era normale la felicità, non solo dei raggi sporadici in mezzo a giornate grigie.

Erano giorni in cui non ero mai sola.
C’era un’altra parte di me, eravamo sempre insieme, non mi abbandonava mai.
Parlavamo tanto io e lei, costantemente, di qualsiasi cosa. Condividevamo ogni singolo momento delle nostre vite.
Ogni istante libero lo passavamo in compagnia l’una dell’altra, bastavamo noi.
Ballavamo come pazze, cantavamo a squarciagola, ci raccontavamo segreti e preoccupazioni.
Ci siamo fatte promesse, abbiamo creato rituali, dedicato canzoni. Ci siamo state.

Le piaceva leggere le mie storie, così scrivevo tanto. Ho scritto anche per lei, spesso.
Forse quelle pagine sono tra le più vere che io abbia mai buttato giù.
Era davvero una parte di me, l’unica che non avrei mai voluto sostituire, per nessuna ragione al mondo.
I nostri momenti insieme erano speciali e ancora oggi credo che lo siano.

Facevamo un sacco di progetti: passavamo dal parlare del giorno dopo a prometterci che ci sarebbe stato un futuro in cui avremo condiviso una vita.
Università, casa, nuovi posti da vedere, altri momenti nostri.
Effettivamente, a ripensarci adesso, guardavamo ancora più lontano di quanto potessimo permetterci.
Ma non importava: non avrei mai potuto desiderare altro nella mia vita.

È stato il periodo in cui pensavo che il futuro sarebbe stato meraviglioso e pieno di opportunità.
Erano momenti in cui mi sentivo utile, indispensabile.
Erano giorni dolci, felici, tranquilli, in cui ero consapevole del fatto che, se anche fossi caduta, non sarebbe stata la fine, ci sarebbe stato qualcuno a prendermi.
Una rete di sicurezza e qualcuno pronto per afferrarmi e stringermi la mano.
Qualcuno che mi dicesse che, comunque fosse andata, ci sarebbe stata.
Anche nei giorni grigi, anche quando il mondo sarebbe riuscito a far danni, sarebbe stata accanto a me. E io sarei stata accanto a lei.

Purtroppo mi dispiace dovervi dire che questa favola, amici miei, non ha un lieto fine.
Non vi racconterò com’è finita o per quali motivi, sarebbe troppo complicato e praticamente impossibile per me parlarvene.

Quella parte di me, a cui ero così intensamente affezionata, è semplicemente svanita.
Una nuvola che si disperde nel cielo. Transitoria. Evanescente.
Nessuno sembrava ricordare che ci fosse mai stato un legame tra noi, in realtà.
Quasi come se lei non fosse mai entrata nella mia vita.

A me di tutti quei momenti condivisi, delle risate, delle lacrime, dei cartoni a mezzanotte non rimane che un eco nel cuore che si affievolisce sempre più.
Una tazza di cappuccino istantaneo ormai fredda.
Delle foto.
Qualche messaggio.

Parole che ho dedicato.
E tanti ricordi sbiaditi.
Non ho niente di più di questo.

 A volte mi chiedo se tutto questo sia successo realmente o se sia stato unicamente un sogno ad occhi aperti.
È tutto così fumoso e confuso, che spesso penso di aver creato tutto da sola.
Non ho nulla che lei abbia dedicato a me, a parte qualche frase su vecchi diari.

Tutto ciò che rimane sono io e il fantasma di qualcosa che non esiste più.
Proprio come quando perdi un pezzo di te: non c’è più ma tu lo senti.
Questo è tutto quello che mi rimane: la sensazione di qualcosa che manca, proprio dove adesso c’è solo un grande vuoto.”

Condivido questa storia con voi oggi perché ho fatto una promessa a me stessa: quest’anno mi libererò da tutti i miei pesi.
Questo è quello che mi porto dietro da più tempo, a cui continuo incessantemente a pensare.
Non credete che non abbia provato a fare a menda, ad aggiustare le cose.
In questa storia non ho rimpianti, soltanto fantasmi che mi perseguitano.
È arrivato il momento di lasciarli andare.

mercoledì 6 gennaio 2021

I nostri "scheletri"

 


Da quando la mia strada e quella di Zerocalcare si sono incrociate non si sono più separate. 

"Scheletri" è la sua ultima opera, pubblicata il 15 Ottobre dalla meravigliosa "Bao Publishing".

Con il suo tratto indistinguibile, la schiettezza e l’ilarità che lo contraddistinguono, Calcare regala ai suoi lettori uno spaccato di due vite: un’adolescenza complicata, vissuta tra Rebibbia e la metro B, e un futuro incerto, dominato dall’ansia e dalla paura di rimanere bloccato mentre tutti vanno avanti senza di te.

Zero racconta quasi 20 anni di vita in un fumetto che unisce fiction e avvenimenti reali, sotto una luce completamente inedita: quella del noir.
Non conoscendo il genere, non posso affermare che quest’esperimento sia riuscito completamente.
Ma una cosa posso dirvela: Scheletri è uno di quei fumetti da recuperare assolutamente.

Parlare di un genio come Zerocalcare non è per niente un compito facile.
Quest’ultima opera si veste di tinte cupe e scure, tipiche di chi vive con un peso che non può (o non vuole) rivelare.


A diciotto anni non si sa mai con chiarezza cosa si è e tantomeno chi si vuole diventare.
Zero, attraverso se stesso, racconta la vita di milioni di adolescenti: incastrati in esistenze che qualcuno ha scelto per loro, indirizzati su percorsi che possano portare ad un domani sicuro. Che preferiscono mentire e continuare ad alimentare i propri mostri, a conservare gli scheletri piuttosto che deludere le aspettative di chi crede che quel tipo di vita sia l’unica possibile.

“Scheletri” è una finestra su vite diverse, percorsi che s’incrociano per caso e scelta. Perché, alla fine, per quanto il fato e il destino possano decidere per te, la strada che prendi è una tua scelta.
Zero è convinto del fatto che, in questa vita, “ […]nessuno cambia. Tutt’al più marcisce."  Ma sarà davvero così?

È stato interessante vedere uno Zero che si dimostra vulnerabile, che non ha completamente ragione, che commette errori ed ha paura di essere lasciato solo, di trovarsi indietro perché non riesce a rispettare i ritmi di una realtà che, intorno a lui, cambia e si evolve troppo velocemente.

È più crudo, diretto e schietto di quanto mi aspettassi. È anche più maturo e scava in profondità, con colpi allo stomaco che ti portano ancora di più ad empatizzare con i personaggi (che ormai conosciamo bene), a sentire ciò che provano e a capire che la vita, per quanto costellata da momenti meravigliosi, non è mai facile.

Questo nuovo volume ha segnato un solco profondissimo dentro di me: non solo l’ho divorato in poche ore, tutto d’un fiato, ma ho ritrovato molto di me nelle parole e nelle tavole di Zero.
Zerocalcare non si rivolge solo alla sua generazione, ma a chiunque si approcci alla lettura delle sue storie.
Le sue parole sono le nostre, le sue ansie, le sue paure, i suoi mostri…ci ricordano quanto tutti siamo simili.
La lettura di “Scheletri” è stata catartica, mi ha aiutato a liberarmi di ansie e pesi che erano radicati dentro di me e continuavano a crescere.

“Coi mostridentro invece funziona al contrario. Più ne parli, più entra l’aria. Più c’è ricircolo.
E i mostri soffrono poiché sono creature molto freddolose.
Se invece li covi, li tieni al caldo, senza far entrare nessuno…crescono.
E possono crescere tantissimo, fino a occupare ogni parte di me.”

Ho amato questa storia, non solo per la trama noir e il mistero di cui è intrisa che, pur non conoscendo il genere, ho davvero apprezzato, ma anche, e soprattutto, per il modo in cui Zerocalcare riesce a guardarti dentro e parlarti con sincerità.
Ogni volta che leggo qualcosa di suo, trovo sempre una storia, una frase, una tavola, che mi dice esattamente ciò che ho bisogno di sentire.

Questa storia ti insegna anche che i mostri, prima o poi, devono uscire, che gli scheletri non potranno prendere il posto dei vestiti per sempre: a volte è necessario soltanto prendere coraggio, avere qualcuno che ci stia vicino e vomitare tutto fuori. Anche se non è sempre facile.
Ma con i mostri dentro non si può vivere.



lunedì 4 gennaio 2021

"Lo dedico a me".


Di solito scrivo sempre qualcosa per la fine di un anno, una sorta di riassunto di tutto ciò che è accaduto, bello o brutto che sia. Mi aiuta a ricordare, a capire dove sono stata e dove sto andando.
Quest’anno non l’ho fatto.
Non so nemmeno io bene per quale motivo: forse perché ci sarebbe stato davvero tanto da poter scrivere su questo duemilaventi.

L’anno in cui ho finito il liceo e ho iniziato l’università.

L' anno in cui ho comprato casa e sono andata a vivere da sola in un'altra città. 

L’anno in cui ho avuto il coraggio di seguire un sogno, a tutti i costi.

L'anno in cui ho finalmente mi sento parte di un gruppo.

L’anno in cui tutto il mondo si è fermato, quasi che avesse smesso di girare.
L’anno in cui ci siamo ricordati che non siamo eterni e tantomeno invincibili.
Meno di dodici mesi per stravolgere miliardi di esistenze, tutte insieme.
A pensarci è ancora surreale.

Ma non ho scritto niente su quest’anno e non ho intenzione di iniziare adesso.
Ero partita convinta di voler raccogliere le mie speranze su questo 2021 ma, sapete, non ci riesco.
Non vorrei fare il solito elenco di parole vuote, che lascia il tempo che trova.
Io non ho delle vere e proprie speranze per questo duemilaventuno, anche se la speranza è sempre l’ultima a morire.
Le speranze, con il loro essere passivo, non sono ciò di cui sento di aver bisogno adesso.


In questo momento di assoluta e totale incertezza, io ho bisogno di obiettivi.
Ho bisogno di pormi dei traguardi da raggiungere, delle mete fisse, punti fermi in questa vita costantemente in movimento e troppo imprevedibile.
Sento la necessità di avere qualcosa di solido su cui basarmi, quest’anno, su cui lavorare ed impegnarmi. Sento il bisogno di mettere dei mattoni e di costruire, di creare qualcosa che duri e che non si lasci abbattere dagli eventi.

Quest’anno voglio lavorare su di me.
Voglio trasformare quella voce che sento costantemente ripetere “non ce la farai” e renderla un meraviglioso “guarda dove sei arrivata. Sii fiera di te”.
Voglio rendermi forte per non entrare in panico quando i problemi arrivano all’improvviso.
Voglio smettere di trasformare nell’Himalaya degli insignificanti granelli di sabbia.

Voglio imparare ad amare me stessa fino in fondo, nel modo più vero e profondo che esista.
Basta colpevolizzarmi e soffrire per ciò che non posso controllare.
Voglio smetterla di giudicarmi quando provo a fare cose nuove.
Voglio smetterla di controllare sempre tutto ed imparare a lasciarmi andare.
Voglio cominciare ad accettare i miei miglioramenti, per quanto piccoli possano essere.
Voglio imparare a riconoscere ciò che di buono c’è in me e non sempre e solo i miei sbagli.

Voglio circondarmi di persone che mi vogliano bene veramente e che mi sostengano.
Voglio eliminare quei fantasmi tossici dei “chissà se…”, delle occasioni perse, delle amicizie bruciate e dei perché che rimarranno per sempre senza una risposta.
E anche di tutte quelle persone che, probabilmente, non hanno mai creduto in me e smetterla di preoccuparmene.

Voglio arrivare al punto in cui sarò finalmente libera, perché saprò dentro di me di non avere niente da dimostrare.
Voglio arrivare a dire “sai cosa? Non mi importa”.
Voglio sentirmi fiera di me stessa e dei miei risultati, perché, quando arriveranno, saranno veramente miei.
Voglio che questo sia un anno di crescita, nonostante tutto ciò che accadrà.


Questo duemilaventuno lo dedico a me, e a nient’altro.
Perché me lo merito.

domenica 6 settembre 2020

#ParolaDiCurly: Piccoli Limoni Gialli 4/5


 Come ho già "annunciato" su instagram, voglio aggiungere  un po' più di me nei miei spazi social: ho bisogno di sentire tutto questo più mio.
Per questo, anche qui sul blog, porterò contenuti "nuovi": scrivere è sempre stata una mia grande passione e sento il bisogno di condividerla con voi!
Troverete appunti, annotazioni, pensieri e riflessioni...oltre alle solite recensioni ovviamente!

Direi che per oggi le comunicazioni di servizio finiscono qui, quindi direi di passare all'evento clue: dopo eoni torno finalmente a scrivere una recensione sul blog!
Bene, cominciamo!



Immaginate il freddo pungente che vi morde le guance mentre voi siete tutti infagottati in sciarpe e cappotti e intanto lo stomaco brontola: non sapete bene se è colpa del freddo, ma avete una fame da lupi.
Ad un tratto, varcata una porta in una delle vie più alla moda della fredda città, sentite un calore che scongela il vostro viso dolorante: un ristorante dalle pareti gialle e le ceramiche azzurro mare si apre davanti ai vostri occhi e nell'aria sentite un ottimo profumo di cucina mediterranea.
Questo è il Piccoli Limoni Gialli e la fredda città è Stoccolma, dove si ambienta la nostra storia.

Se avete l'appetito facile, questo è il libro che fa per voi.
Quando me l'hanno regalato (e per questo devo dire grazie a Cuore, che lo ha scelto per me) non avevo assolutamente nessun'aspettativa. Di solito se compro un libro mi soffermo tremila ore a leggere la trama, aprendolo su pagine a caso per capire se lo stile possa fare al caso mio e altre mille stranezze.
Questa volta non è successo, ma è stato lo stesso un amore a prima vista.
Non mi sarei mai aspettata un incontro così sorprendente come questo!

Agnes è una ragazza che vive a Stoccolma in un piccolo appartamento con il suo ragazzo Tobias, chitarrista squattrinato, e lavora come maitre in un prestigioso ristorante.
La sua vita scorre tranquilla, divisa fra un lavoro che ama, il fidanzato e la sua famiglia, che vive ancora nel piccolo paesino in cui lei è cresciuta.
Sembra andare tutto per il meglio ma si sa, la vita non avverte mai.
Da un momento all'altro tutto ciò che conosce viene distrutto, spazzato via, e lei si torva a dover ricominciare in qualche modo. Ma niente è mai facile come sembra.

Kajsa Ingemarsson è l'autrice (ovviamente svedese) di questo piccolo gioiellino.
Piccoli Limoni Gialli è stata una lettura "poco impegnativa" in senso molto più che buono: lo stile dell'autrice è leggero, frizzante, si legge come se niente fosse. 
Nonostante la sua leggerezza è anche riuscito ad affrontare temi importanti e passaggi della vita in modo esemplare, con delicatezza ma senza andare a reprimere o scolorire i sentimenti reali.
Il suo modo di scrivere è semplice eppure estremamente coinvolgente. Un grandissimo punto a favore.

Altro importantissimo pregio è l'ambientazione: la Svezia, ed in particolare Stoccolma, mi è rimasta nel cuore quando l'ho visitata, due anni fa. I paesi nordici sono affascinanti, non solo per le loro leggende, ma soprattutto per la loro cultura: Piccoli Limoni Gialli urla ad ogni pagina "SVEZIA!" e non ne sarei potuta essere più felice.

E' sempre bello leggere storie di vita vera, reale, che ti portino dentro a ciò che succede, senza essere semplici spettatori.
I suoi personaggi, caratterizzati con pochi tratti ma che si delineano in mente in modo meraviglioso, interagiscono, provano emozioni, cambiano idea, sbagliano, vivono sulla pagina così come nella vita vera.
( Anche se ogni tanto avrei voluto uccidere Agnes e i suoi pensieri da principessa delle favole, ma esistono anche persone così, sono dei tipi).

Questa storia mi ha regalato un viaggio a Stoccolma, una finestra sui giochi e le stranezze della vita e tanta, ma tantissima fame!

venerdì 4 settembre 2020

Settembre


Oggi è il 4 Settembre e, finalmente, si sente un po' di vero freddo (oserei dire).

Certo, non è sicuramente tempo per giacche e maglioni, non ancora almeno, però il vento fuori e la cioccolata qui sul tavolo trasmettono delle belle vibes.

Ho sempre avuto l'abitudine di scrivere qualcosa per l'inizio del nuovo anno, che, per me, è sempre stato Settembre, ancor di più di Gennaio.


Settembre è il mese degli inizi, delle novità e della routine. E' il momento in cui tutto ricomincia a scorrere, verso qualcosa di inaspettato (o aspettato, a seconda dei punti di vista). Mi piace pensare che ciascuno di noi, a Settembre, abbia la possibilità di migliorarsi, rifiorire, cambiare. E' lo stesso mese che ti spinge al cambiamento, con quel senso di rinnovamento, quell'aria buona che senti cambiare attorno a te.

"Ehi sto arrivando, lo senti. Puoi essere tutto ciò che vuoi, l'importante è iniziare da qualche parte”

Se tutto ricomincia, non vedo perché non possiamo farlo anche noi.

Settembre è il mese dei colori: rosso, giallo, arancione, ocra, marrone. E' come se tutto il caldo dell'estate, ad un certo punto, esplodesse nei colori. 
Le foglie che turbinano, si imbarazzano e cadono, con la promessa di tornare presto. Mi è sempre piaciuto colorare l'autunno, nelle schede che ci davano all'asilo.
Tutto quel calore negli occhi e il freddo frizzante sulla pelle. 
E' magia, una meravigliosa contraddizione.


Settembre è il mese degli abbracci nei maglioni freschi di bucato, del profumo di una tisana ai mirtilli durante un pomeriggio di studio, del fantasma del fuoco nel camino che promette di tornare presto (non appena farà un po' più freddo), del sole che ti saluta alle sei, con quei tramonti ad acquerello da collezione.
E' il mese delle luci gialle dei lampioni che si accendono prima di quanto ti aspettassi, calde, avvolgenti.
Settembre è il mese  che risveglia gli animi, con l'aria frizzante carica di promesse.

Settembre è la routine che ritorna, il sapore dell'abitudine, dolce e familiare.
La mia abitudine per Settembre è sempre stata tornare a danza, in quell'aula che mi ha vista crescere, in mezzo a tutti gli alti e bassi della vita. 
Entrare con l'ultimo chiarore nel cielo e uscire con un vento freddo e le stelle. 
Oggi è stato il primo giorno di "routine" e sento dentro di me quel dolce tepore che nasce ogni volta che torno a casa dopo la lezione. Mi era mancato e mi mancherà.

Come vi dicevo, Settembre è il mese dei nuovi inizi e lo sarà anche per me, più del solito almeno.
Questo Settembre per me è completamente nuovo, abbatterà tutto ciò che conoscevo, per ricreare da zero.
Città nuova, amici nuovi, nuova vita e nuove strade.
Non sono spaventata, le novità non fanno paura fin quando sai come affrontarle: mi piace l'idea che tutto cambi. 
Colorerò questo Settembre nuovo di zecca come le schede all'asilo: divertendomi un mondo e usando tutti i colori che riesco a trovare.

Settembre: inizio, vita, colori.
Non potrei chiedere di meglio.




#ParolaDiCurly: "Lei" 4/5

 "Tutta la differenza tra le prime e le ultime parole dette alla persona che ami, sta nel fatto che le ultime non le scegli quasi mai"




Questo, per me, è stato un libro difficile.

 Complicato a livello emotivo. 

Mi ha scosso, scaraventata negli abissi e lentamente, con fatica, mi ha fatto riaffiorare a respirare.

Mi ha tenuta incollata alla pagine per 24 ore, incapace di staccarmi nonostante ciò che stavo leggendo, a volte sentendo quel sordo e malinconico dolore interiore che si avverte quando veniamo feriti nel profondo.

"Lei" è il racconto di un frammento di vita, di un crollo, di uno di quei momenti in cui vedi tutto ciò che conosci scorrerti fra le mani, impossibile da afferrare mentre si sgretola sotto i tuoi occhi. E' quel momento in cui  tu sei li, bloccata e spaesata, incapace di fermare la valanga che ti sta precipitando addosso, nonostante tutti i tuoi sforzi per cercare di reagire.

La nostra protagonista  non ha un nome, non viene mai descritta, eppure nella mente durante la lettura di forma chiara e indistinta un'immagine precisa.

"Lei" è molto diverso da "Non è successo niente": non è il Nicolò del blog; si allontana per trovare in sé una prospettiva nuova, senza la marcata ironia che è il suo marchio di fabbrica. C'è, ma è più amara e controversa, nonostante questo funziona, ti strappa un sorriso anche noi momenti più difficili.

Personalmente questa "riscoperta", questo suo lato più malinconico e amaro, mi è piaciuto molto. Non edulcora la vita di "Lei", ci mostra esattamente quello che succede senza mezzi termini, non importa quanto possa far male. Questa "sincerità" è stata un aspetto che ho apprezzato molto: rende tutto molto più vero, nonostante l'impostazione particolare del libro. 


Questo nuovo libro esplora il tema della felicità, di come sia quasi impossibile trovarla e ancora di più tenerla a sé; di speranze che si infrangono come onde sugli scogli, man mano che vedi tutto ciò che conosci scorre via, lasciando solo spazio a nuovi fallimenti da collezione, uno dietro l'altro. 

Ma anche di rinascita, con una nuova consapevolezza di sé.

La depressione che scaturisce da una vita che si sgretola è uno dei fili rossi che compongono questo romanzo, intrecciandosi con la voglia, nascosta ma tenace, di volersi rialzare, di voler andare avanti e avere nuovamente una direzione da seguire e la ricerca costante della felicità.

Si incappa in qualche passo falso, si cade. Si pensa che "peggio di così non può andare", si inizia vedere nero e sentirsi persi e abbandonati da tutti.

Ma la soluzione è una sola: andare avanti a passi piccoli, accettare qualche compromesso e non demordere mai. E questo è esattamente quello che "Lei" fa.

Questa lettura si è presa tanto da me, ma mi ha lasciato la consapevolezza che nessun crollo è così rovinoso, nessun salto troppo grande da non poter essere superato.

 Mi ha insegnato che, nonostante tutto, si può sempre ricominciare.

Una nuova canzone suona sul campo di battaglia.

  Amo la mitologia, da sempre. Ho avuto la fortuna di avere una nonna magica che mi raccontava storie di dei ed eroi, al posto delle solite ...