martedì 13 luglio 2021

Una nuova canzone suona sul campo di battaglia.

 


Amo la mitologia, da sempre.

Ho avuto la fortuna di avere una nonna magica che mi raccontava storie di dei ed eroi, al posto delle solite favole.

Mi sento di dire che sono nata in mezzo ai racconti e alle avventure più note della Grecia antica.
Capite bene che non potevo non approcciare la lettura di questo libro, vero?

“La Canzone di Achille” racconta la storia di uno tra i più grandi antichi eroi e del suo amato compagno d’armi, partendo dagli albori fino ad arrivare ad una delle più sanguinose e conosciute guerre della storia greca.
È un retelling delicato, ricco. 
Personaggi epici ma raccontati con le fragilità, le emozioni e l'impeto di esseri umani, pieno di una visione dell’amore totalizzante e unica, una delle più antiche della storia della letteratura occidentale.

 È un’amore fuori dal tempo, controcorrente ed impetuoso.


Questa storia mi ha affascinato e intrattenuto in modo inaspettato: è Patroclo stesso il nostro narratore, colui che ci accompagnerà durante tutta la vicenda.
Il cambio di focus è stato un elemento che ho enormemente apprezzato: Patroclo è pienamente umano, delineato sotto ogni punto di vista. Mostra le fragilità e le insicurezze di un ragazzo, e poi di un uomo, che si trova a vivere all’ombra di una figura imponente e totalizzante come Achille. 


Mi è piaciuto tantissimo il personaggio di Patroclo: dolce, amorevole, contrasta e si distacca dallo sfondo di guerrieri e uomini orgogliosi. In una società bellicosa e di forti valori, Patroclo è un’anima pura, intatta e sincera come poche.
È semplicemente umano e questo crea un contrasto perfetto con la schiera di eroi potenti e semidivini.

Anche il suo rapporto con Achille è una piccola oasi di pace in una vita dettata dalla volontà delle Parche: l’autrice non ha stravolto il loro rapporto, l’ha intensificato, rendendolo nocciolo centrale della narrazione.
Ma è proprio l’aristos achaion, il grande eroe Achille, che mi è mancato all’interno della storia: nonostante il titolo possa essere fuorviante, la figura di Achille è costantemente filtrata dall’occhio di Patroclo.

Se, da una parte, la scelta di fare di Patroclo l’unico narratore è, a mio parere, azzeccatissima, il punto di vista di Achille mi è mancato. Il titolo è “La canzone di Achille”, ma della vera essenza del grande eroe greco, dei suoi pensieri, dei suoi veri desideri, vediamo e conosciamo davvero ben poco.
La lente dell’amore filtra inevitabilmente la figura di Achille: mi sarebbe piaciuto forse di più se avessimo avuto anche un altro punto di vista, diverso da quello a cui la Miller ci ha abituati fin dall’inizio del romanzo.
Parlarvi di questo libro non mi è facile, per niente.
Speravo davvero che mi piacesse e le mie aspettative erano alle stelle, come spesso accade con i libri di cui sento parlare soltanto bene. Purtroppo, devo confessarvi che “La canzone di Achille” non è riuscito a prendermi totalmente.
Una volta finito ho sentito che effettivamente mancava qualcosa, ma, ad oggi, ancora non riesco a capire cosa.  Forse il fatto di conoscere bene il poema originale non ha aiutato, andando ad annientare il fattore sorpresa del finale: la Miller non è riuscita a suscitare in me il fattore “colpo di scena”.
Mi spiego meglio: non sono riuscita a pensare che le cose potessero cambiare, conoscendo già il finale della storia. So che è difficile con un materiale così conosciuto e studiato come l’Iliade, ma ho letto diverse recensioni in cui l’ “effetto sorpresa” non è mancato.
Con questo non voglio dire che non sia riuscita ad emozionarmi, anzi, però non sono arrivati i lacrimosi che molti mi avevano prospettato sul finale.

Ciò non toglie che questa sia una storia che merita di essere letta e amata.
Scorre via con una delicatezza disarmante, semplice ma non banale. Si scopre molto sulla vita di Patroclo prima di Achille, dettagli nuovi, che arricchiscono senza appesantire.
Lo stile è scorrevole, semplice, tutto fuorché epico, come ci aspetterebbe lavorando conquisto tipo di materiale: la Miller riesce a coinvolgere il lettore, trascinandolo nella storia e facendogli rivivere le emozioni di Patroclo sulla propria pelle. Si sente forte l’amore e l’ammirazione verso Achille, il conflitto che prova vedendolo cambiare, accecato dall’onore e dall’orgoglio. 
“La Canzone di Achille” è un libro perfetto per chi vuole avvicinarsi alla mitologia greca ma è sempre stato spaventato dalla mole di un’opera imponente come l’Iliade; per chi vuole sentirsi vicino ai protagonisti ed evitare il filtro di Omero e la sua scrittura epica e spesso complessa, questo libro è assolutamente quello che fa per voi. 

martedì 6 luglio 2021

Jessica Townsend non sbaglia un colpo (Hollowpox: a caccia di Morrigan Crow)



Riuscire a rendere oggettivo ciò che penso di questo libro è estremamente difficile per me, oltre che riduttivo: definirlo "una perla rara all'interno dell'oceano della letteratura per ragazzi" forse rende maggiormente l’idea.


Questo libro è perfetto, in ogni sua singola parte, non cambierei assolutamente nulla. 

Sembra che Jessica Townsend non sbagli un colpo: ogni volume di questa saga è sempre magicamente nuovo, fresco, mantenendo però la capacità di incantare il lettore e tenerlo incollato alle pagine. Mai ripetitiva, ma sempre originale, eccentrica ed estremamente creativa: Jessica Townsend rientra sicuramente nell'Olimpo dei miei scrittori preferiti. 

Ogni nuovo libro delle avventure di Morrigan Crow è una piccola ma importantissima aggiunta alla creazione di questo meraviglioso e vasto universo. 

 Ho. Amato. Questo. Libro. Alla. Follia. 

Mettendo per un secondo da parte l’amore incondizionato che provo nei confronti di questa serie, il suo terzo capitolo mi ha ammaliata tanto quanto i primi due, se non forse di più.
L’ho divorato e ne vorrei ancora, e ancora, e ancora.
E ancora. 


Tornare a Nevermoor è stato come rientrare a casa dopo un viaggio lungo e stancante: è stata una gioia immensa rivedere tutti e sprofondare ancora di più nel mondo creato dalla Townsend, immergendomi completamente.
Nevermoor, posso dirlo con certezza ormai, rientra sicuramente nei miei luoghi letterari preferiti e in cui amerei vivere.
Con questo terzo capitolo, infatti, il regno più importante dello Stato Libero estende ulteriormente i propri confini, pululanti di nuovi segreti e misteri da scoprire.
Si va in profondità, nella storia dei Wundermaker e della Società, e ho adorato avventurarmi tra le pagine, sempre curiosa di sapere cos’altro mi avrebbe riservato la magica Wunsonc e la mia amatissima Morrigan.
Nuove avventure, colpi di scena, ma anche riflessioni, crescita, scoperte sensazionali e tanto divertimento: all'interno di questo terzo volume della serie c'è tutto quello a cui la Townsend ha abituato i propri lettori fin dall’inizio, con un pizzico di novità e di magia in più.

A parte l’immensa felicità che mi ha regalato, questo libro mi ha anche profondamente stupita: nonostante abbia come target principale i bambini e ragazzi, la storia del terzo volume tratta tematiche attuali e anche molto complesse, in modo estremamente maturo e delicato. 

Razzismo, parità, paura del diverso, necessità di unione, fratellanza: la piccola Morrigan crescerà tanto tra le pagine, come persona e Wundermaker, e il lettore insieme a lei.
Riscoprirà il forte valore dell’amicizia, colonna portante degli altri volumi e di tutta la Wunsoc, e di ciò che significa per lei. Si troverà a fronteggiare pericoli e problemi dell’età adulta, farà i conti con l’ipocrisia e i lati oscuri del mondo che la circonda, capendo che non sempre tutto è come appare.
Non ho mai trovato tanta attualità in un fantasy per ragazzi: mentre leggevo, sentivo di aver vissuto ciò che Morrigan stava vivendo e questo mi ha portato ad essere ancora di più in empatia con lei.
Sono pochi i romanzi per ragazzi che riescono a trattare temi così “adulti” e difficoltosi con tanta maestria.

La Townsend è una maestra della narrazione: una Tessitrice di parole, che è riuscita a creare un universo vasto e profondo, tutto da esplorare.
La sua scrittura è delicata e coinvolgente, in un battito di ciglia sei già completamente immers* e nemmeno te ne sei accorto. 

Riesce a creare un mondo stupefacente con semplicità: la sua creatività è genuina e si sente tra le pagine. Il lettore avverte quanta importanza e quanto amore ci sia stato dietro la creazione dell'universo e dei personaggi di Nevermoor e non può far altro che amarli altrettanto profondamente. 

Datemi il quarto volume! Ne ho bisogno!

lunedì 21 giugno 2021

A volte, è meglio dimenticare


 



Addie LaRue non è un brutto libro, né quella raccontata è una brutta storia: come per ogni cosa, non si riduce tutto a “bello” o “brutto” e, per me, non solo sarebbe impossibile farlo, ma sentirei di fare un torto a me stessa non parlandone approfonditamente.

Le mie aspettative su questo libro erano alte, inutile negarlo. Quando la Schwab, una delle mie autrici preferite, lo annunciò ero estremamente felice e profondamente incuriosita.
Avevo amato alla follia la trilogia di “A Darker Shade of Magic” (no spoiler, mi manca ancora l’ultimo libro, ma è in lista) e non vedevo l’ora di sapere di più sulla chiacchieratissima Addie LaRue. In rete non si parlava d’altro, è stato sulla mia home di Instagram per settimane intere. Tutti la amavano, prima e dopo la sua uscita.
La mia enorme curiosità mi spingeva sempre di più a leggerlo.
È stato in libreria per mesi e poi, finalmente, l’ho letto.

È necessario, però, fare un piccolo disclaimer: il periodo in cui ho letto questo libro non è stato sicuramente dei più felici, con poco tempo per leggere e pieno di cose da fare. Questo sicuramente non ha reso la mia lettura più facile e ha, ovviamente, avuto delle ripercussioni sulla scorrevolezza, ma cercherò di essere il più oggettiva possibile.

Non è facile, per me, scrivere questa recensione, sarò sincera.

Non so bene da dove partire: di veramente innovativo, in questa storia, non c’è poi molto.
Addie è una ragazza d’altri tempi, con una vita frenetica: vediamo la sua storia dipanarsi tra passato e presente, tra incontri e continue fughe. È costretta a vivere da esule, senza alcun tipo di legame, obbligata ad abbandonare tutto ciò che conosce a causa della sua maledizione: una vita immortale ma dimenticata non appena si distoglie lo sguardo.

La vediamo correre tra epoche diverse, incontri inaspettati e, soprattutto, mancanze.
La solitudine di Addie è una costante con cui si troverà spesso a dover fare i conti.
Nonostante la sua lunga esistenza, così amara e travagliata, dolorosa e triste, Addie è una figura intermittente nella sua stessa storia. Non sono riuscita a percepire la sua emotività. In alcuni punti l’ho trovata molto più “presa”, più calata negli eventi che vive, mentre in altri era completamente assente.

Alcune parti nella vita di Addie mi sono sembrate quasi dei riempitivi: non apportavano nulla alla trama, come se fossero lì per fare “numero” più che regalare qualcosa di concreto al lettore.
La struttura stessa del libro, anche a causa di questi momenti nella narrazione, risulta molto ripetitiva e rallenta un ritmo già di per sé abbastanza fiacco, quasi pesante in alcuni punti.
Non vi nascondo che sono stata davvero tentata di saltare alcune pagine, pur di andare avanti e finire questa storia.
Sicuramente non ho sentito la solita passione che avverto quando un libro mi prende totalmente: non mi sono sentita accolta.

L’essere dimenticati è forse la più grande paura del genere umano.
Tutti noi abbiamo il terrore che nessuno si ricordi di noi, di venire abbandonati, di non lasciare un segno: “La vita invisibile di Addie LaRue” parla proprio di questo.
Purtroppo, non mi sento di dire che la Schwab sia riuscita a lasciare un segno con questo libro.
È una storia che rimane in superficie, non si sbilancia: è quasi esteriore, non riesce ad entrare nel cuore del lettore. O, per lo meno, non è riuscita ad entrare nel mio.
Anche lo stile di scrittura non mi ha convinta al cento per cento: è più ricco ma, al contempo, costruito. Non ho ritrovato la genuinità della Victoria Schwab che ho sempre amato e questo mi porta a dire che “l’esperimento Addie LaRue” sia fallito miseramente. 

venerdì 18 giugno 2021

Illuminae Files_01

 Quando un lettore si imbatte in un’opera (perché c’è da dirlo: è di una vera e propria "Opera" stiamo parlando) come Illuminae, le cose che possono accadere sono soltanto due: che si innamori follemente o che la odi fin nel profondo. 
Il mio caso è assolutamente il primo. Nessuno si aspetta quello che questo volume regala al lettore, è pressoché impossibile. Questo non è solo un libro, o una semplice storia: è un progetto artistico  che va al di là del libro e della storia in sé. È un piccolo gioiello cartaceo.

Di Illuminae ho amato ogni singolo dettaglio: dal formato, all’impaginazione, passando per la storia e gli intrecci della trama.
Ogni aspetto è perfettamente calibrato, si unisce in totale armonia al resto, nulla è fuori posto, nemmeno un singolo atomo di questo vastissimo universo.
Illuminae, per me, è stato un viaggio emozionale, oltre che spaziale: sono stata trascinata in un vortice di sentimenti forti, totalizzanti, completamente nuovi e sconosciuti.
Sono stata invasa da sensazioni mai provate prima, che mi hanno sommersa, come una marea. 
Mi sono trovata catapultata tra le stelle in mezzo al Grande Buio, tra colonie umane, salvataggi impossibili e fughe contro il tempo.
La trama si dipana facendosi largo tra distruzione, segreti di stato, hackeraggi e viaggi spaziali. C’è un plot twist dietro l’altro, mai banale, stupefacente ed intricata.
Quando mi sono approcciata a questa lettura non sapevo esattamente cosa aspettarmi: rincorrevo questo libro da anni, tra librerie in cui il primo volume era costantemente mancante e vendite online dal prezzo esuberante.
Però questo mi ha dato la possibilità di essere calata totalmente in ciò che succedeva, senza riserve né resistenze: solo una grandissima voglia di capire perché tutti amassero follemente questa trilogia.

Mi sono sentita impotente davanti alla magnificenza e alla vastità dell’Universo sconfinato.
Ho viaggiato su di una vera nave spaziale, insieme a Kady, provando sulla mia pelle ciò che lei sentiva sulla sua: mi sono sentita Kady dal momento zero, ho empatizzato con lei, avvertito forte le sue emozioni, come scariche di adrenalina.
Personaggi scritti con una naturalezza e spontaneità disarmanti nei loro sentimenti e nei loro impulsi: è praticamente impossibile non empatizzare, sentirsi coinvolti, presi totalmente da ciò che accade.

Estro e creatività che si uniscono alla scienza: un connubio ben studiato, bilanciato,  pensato nei dettagli delle sue interazioni. Quando due menti si uniscono sulla stessa lunghezza d’onda creano qualcosa di assolutamente straordinario.
Nonostante le prime cento pagine non siano poi così scorrevoli, vuoi perché la particolarità di questo libro impatta sul lettore e lo lascia senza fiato, vuoi per una lentezza oggettiva, il resto è scivolato via come acqua fresca: uno stile veloce, che si legge come un soffio di vento. Due penne che si miscelano, creando un connubio in cui è praticamente impossibile trovare anche la più minima delle differenze.
Sono menti e parole in armonia, ed è sempre una meraviglia, per i lettori, trovare libri a quattro mani scritti in questo modo.

Illuminae  è un’avventura per i più temerari, quelli che non hanno paura di lanciarsi nel vuoto senza paracadute: è innovativo, unico, totalizzante.
Se non lo avete ancora fatto, leggetelo.
Non ve ne pentirete.

lunedì 10 maggio 2021

Aurora Rising: avventure nello spazio

 


Ami lo spazio e le sue profondità? Ti piacciono le esplorazioni, i misteri e le nebulose? Sei pronto per essere accompagnato dal team di eroi più anticoncezionale della galassia conosciuta? Allora la Squadra 312 dell’Accademia Aurora è proprio ciò che fa per te!

Dopo l’avventura con Inkheart, che mi aveva svuotato dalle energie, vista la mole e lo stile densissimo della Funke, sentivo di aver bisogno di qualcosa di leggero, che scorresse bene e che mi coinvolgesse. Aurora Rising è stata una scoperta piacevole e soprattutto inaspettata: fresco, leggero, scorrevole ed avvincente.
Ho letto pochi sci-fi nella mia vita da lettrice, più che altro perché credevo che non fosse un genere che potessi apprezzare appieno: come mi sbagliavo!
Aurora Rising è un libro che cala il lettore nella storia, completamente: è ricco di azione, fin dal primo capitolo, la trama è articolata (seppur con qualche cliché, ma quale libro non ne ha)…insomma, sono davvero tantissimi gli aspetti di questo libro che mi hanno fatto innamorare!
Ma andiamo con ordine.
 
La trama è un vero e proprio viaggio: alla scoperta di sé e dell’universo, scoprendo ad ogni parsec un pezzetto di un puzzle tutto da scoprire.
Non posso rivelarvi molto, sono una frana con gli spoiler (!), ma vi dico che l’azione e i colpi di scena sono all’ordine del giorno!
Plot twist e un finale bomba: cosa volete di più?!

Questo primo capitolo mi ha emozionata, tenuto con l’acqua alla gola, fatta divertire e volare nello spazio insieme al gruppo più anticonvezionale che ci sia.
La Squadra 312 mi ha accolta e mi ha fatto sentire a casa fin dal primo momento, per me è stato un enorme piacere volare tra le stelle con loro: alcuni mi sono piaciuti di più, altri di meno, ma formano una squadra di coraggiosi e che vale la pena conoscere.
Devo, però, “dare a Cesare quel ch’è di Cesare” e spendere due parole sul mio preferito: Finian.
Finian è stato per me un amore infinito, fin dal primo momento: la sua ironia sottile e i suoi tormenti mi hanno conquistata. I suoi POV sono stati i miei preferiti e non vedo l’ora di sapere di più su di lui!

C’è però un aspetto che proprio non mi è andato giù: l’odore di instalove che c’è stato. Il romance non mi ha convinto per niente: è stato affrettato, un po’ lasciato al caso rispetto all’accuratezza di tutto il resto. Avrei sicuramente apprezzato di più vedere la nascita dei rapporti, con uno sviluppo…ma così proprio no

È stato il primo libro del magico duo Kaufman-Kristoff in cui mi sono imbattuta e ho adorato il modo in cui i loro stili si sono fusi insieme. Ha del sorprendente l’armonia che si è creata tra loro e una scorrevolezza che difficilmente si trova in altri libri scritti a quattro mani. Il ritmo è perfetto, gli eventi si susseguono uno dopo l’altro, lasciando il giusto tempo al lettore per metabolizzare i colpi di scena e le scoperte che fa insieme alla squadra 312. L’azione e la narrazione sono calibrate magnificamente, “perfettamente bilanciate. Come tutto dovrebbe essere” (cit.)

Tutto sommato, è stato un viaggio che mi ha divertito e appassionato: non sarà un libro perfetto, e ha i suoi cliché, ma è sicuramente un ottimo inizio.
Ho già il secondo capitolo (scovato per puro caso da Libraccio) pronto in libreria che mi aspetta! Non vedo l’ora di poterlo leggere!

martedì 6 aprile 2021

È meglio il film


Quale lettore, almeno una volta nella vita, non ha provato il bruciante desiderio di poter parlare con i propri personaggi preferiti? 

Chi non ha mai pensato “ah, se solo potessi uscire fuori da queste pagine”, chi non ha mai sperato di poter vedere davanti a sé i propri beniamini, in carne ed ossa? 

Ma sarebbe davvero così fantastico come crediamo?
E se, con loro, uscisse fuori anche qualcos’altro?


Cornelia Funke, in questo primo capitolo della trilogia “Il Mondo d’Inchiostro”, si addentra nella mente e nei desideri di tutti i lettori, regalandoci una storia accattivante e ricca di personaggi.
Il suo è un Metalibro, una storia nella storia: un libro che parla di personaggi usciti da un libro, che però si trova all’interno del libro stesso, e che si trovano a muoversi un un mondo completamente diverso ma che è anch’esso parte di un libro.
Un lavoro da mind blown, assolutamente.
Ho trovato veramente interessante l’idea e l’impostazione grafica che l’autrice ha voluto dare al proprio lavoro (ogni capitolo è corredato da una citazione tratta da diversi altri libri), ma ci sono stati alcuni aspetti che non mi hanno convinta al 100%.


Premessa: ho scoperto dell’esistenza di questa storia dopo aver visto l’omonimo film del 2008, con Brendan Fraser e Paul Bettany, e avremo modo di parlare anche di quest’aspetto. L'ho rivisto di recente, per farmi un'idea precisa e poi parlarvene.

Nonostante siano molte le differenze tra libro e film, com’è normale che sia a grandi linee, credo che, dal punto di vista di storia e personaggi, il film abbia un punto in più rispetto al libro.

Ma andiamo con ordine.

In questo caso, è impossibile, per me, parlare dei personaggi senza creare parallelismi con le loro trasposizioni su schermo.
Il grande pregio della Funke è l’essere riuscita a creare dei personaggi umani: non sono mai completamente chiari o scuri (tranne quelli dichiarati come tali, i cosiddetti “cattivi”, come Capricorno). Si mantengono quasi sempre in zone d’ombra, sbagliano, a volte agiscono ingenuamente, altre sono coraggiosi ed impavidi…sono queste sfaccettature a renderli interessanti.
Purtroppo, anche su questo fronte, non sono riusciti a convincermi completamente.

MAGGIE


Viene considerata come la protagonista, occupando praticamente la maggior parte della narrazione all’interno del libro. È forse il personaggio che mi è piaciuto di meno: a volte è troppo matura per una bambina di appena 12 anni, ma non è stato quest’aspetto a disturbarmi. A tratti si rivela essere un po’ antipatica e non sono riuscita ad entrare in sintonia con lei.

ELINOR


Lei, pur essendo un personaggio secondario, mi ha colpito di più, rispetto a Maggie. Ha avuto una crescita che mi ha sorpreso, ben scritta e assolutamente non improvvisa.
Ha un’ironia pungente, ma la sua innata testardaggine la porta ad agire con estrema ingenuità, a volte troppa.
In linea generale mi è piaciuta molto.

MO


Lui è l’unico personaggio che non sono riuscita ad inquadrare.
Nonostante la sua posizione principale, credo che rimanga un personaggio marginale e abbastanza funzionale alla narrazione. Non mi è dispiaciuto, ma non sono riuscita ad apprezzarlo appieno.
Peccato, mi sarebbe piaciuto saperne di più.

Ma veniamo al best of: Capricorno e Dita di Polvere.
Questi sono i personaggi in cui ho notato evidenti differenze con la loro interpretazione su schermo.

CAPRICORNO


Se nel libro viene presentato come il più meschino e crudele tra gli uomini e da tale si comporta, nel film perde questa sua “brillantezza”. Viene molto schiarito nella riscrittura e anche l’interpretazione di Andy Serkis (Gollum/Sméagol ne “Il Signore degli Anelli”) è molto contenuta, il personaggio perde quelle che erano le sue tinte più oscure. Piuttosto che un predatore, è un gatto che finge di essere un leone.


DITA DI POLVERE


Potrei passare le ore a parlarvi di quanto avessi amato questo personaggio la prima volta che lo vidi.
Paul Bettany (“Visione” in qualsiasi film/serie tv Marvel voi abbiate visto) aveva restituito un personaggio sfaccettato e misterioso che, purtroppo, non ha lo stesso smalto tra le pagine in cui nasce.
Se per Capricorno il libro rappresenta l’essenza vera del personaggio, per Dita di Polvere questo non accade (almeno per quelle che sono le mie impressioni).
È certo che all’interno della storia il personaggio è più umano e sfaccettato, ma perde dell’anima che Bettany era riuscito a regalargli.


Anche gli intrecci della trama non mi hanno aiutato ad apprezzare la storia: in quasi 500 pagine gli avvenimenti effettivi che accadono sono pochi, l’azione è molto dilatata e anche il finale è stato chiuso in modo frettoloso.
Da questo punto di vista, la riscrittura fatta per il film è quella che da il punto in più: certo, non è completamente aderente a tutti gli avvenimenti del romanzo, e vengono inseriti elementi che danno un po’ più di pepe al tutto, ma funziona alla grande.  Si evitano molti loop e si da più spazio al finale. 

Sono sempre stata una di quelle che “il libro è meglio perché…” ed iniziava ad elencare i tremila motivi per cui non c’era proprio possibilità di confronto, ma, in questo caso, lo devo dire: credo che il film sia meglio.



Ma il più grande ostacolo per me, in questa lettura, è stato lo stile di scrittura.
La Funke scrive in maniera densa come melassa, il suo stile è pieno e ricco. Se in certi casi questo può essere un bene, in altri non lo è per niente: la lentezza degli avvenimenti, sommata al suo stile carico,  è stata deleteria per me.
Il suo stile è così denso che ha fatto scemare il mio iniziale entusiasmo per questa storia.
Anche le citazioni a inizio capitolo si sono rivelate un’arma a doppio taglio: non facevano altro che rallentare ulteriormente la mia già lenta lettura, così per le ultime 150 pagine circa le ho completamente saltate (non me ne vogliate, ma non ce la potevo proprio fare).

Tutto sommato è stata una lettura piacevole, “da ombrellone” come l’hanno definita su Goodreads, ma non mi ha lasciato molto. Non penso di leggere i seguiti, anche se la mia innata curiosità mi porta a voler capire cosa succederà.
Probabilmente, se fossi stata più piccola l’avrei apprezzato di più e un po’ mi dispiace, perché l’idea dietro si sarebbe potuta sviluppare splendidamente.

martedì 19 gennaio 2021

E' domenica

 


È domenica.

Una sonnacchiosa domenica pomeriggio di Gennaio, come tante e tante altre: fredda, offuscata dal sonnolento far niente, scura ancor prima che siano le sei di

Anche il crepuscolo è stanco, ha bisogno di dormire e riposare le sue ali fiammeggianti, lasciando il posto al tenue violetto e al blu profondo della malinconia.
Qualche nuvola sparsa continua ad addensarsi nel cielo.
Forse pioverà.
L’aria è carica di promesse, tutti si aspettano che l’acqua arrivi a lavare via tutta la stanchezza accumulata durante questa settimana, creando nuove strade e possibilità per questa città in attesa.

Dal pouf sotto la mia finestra si vedono tagli di calore in mezzo al nero: luci calde passano dai vetri delle finestre, che variano dall’ocra al più pigro arancio, chiuse contro la morsa del freddo tagliente di Gennaio.
Mille sfumature che si aprono su attimi di vita, trattengono il calore delle risate, della calma e della serenità della domenica.
Le luci dei palazzi tutte intorno sembrano venir giù come un temporale, spezzando la monotonia dell’oscurità che continua a calare.

Sono questi i momenti che amo.
Quando cala la sera e le case, i palazzi, si animano di vita.
Dall’esterno lo spettacolo di luci che si mostra ai passanti è meraviglioso.
Si può vedere la vita attraverso le finestre, piccoli attimi rubati di mondi completamente nuovi ed estranei. Le finestre ti lasciano entrare nella vita degli altri, anche solo per un secondo, mentre passi di sfuggita in autobus.
Sono porte che si aprono su universi mutevoli, che si lasciano accarezzare dagli sguardi esterni in movimento, attimi di quotidianità privati e condivisi contemporaneamente.
Il calore che si irradia da questi momenti scalda il cuore, lo rilassa.

sera.


In una finestra si può vedere qualsiasi cosa, basta avere uno sguardo abbastanza minuto ed attento da potersi avvicinare senza essere notati.
In una finestra si può vedere di tutto.
Dagli angoli più confortevoli della vita fino a quelli più frenetici.
Si può scorgere il momento esatto in cui tutti iniziano a sentire quel piacevole pizzichio di calore dentro, e se lo godono fino in fondo.
Lo assaporano, lo gustano, ignorando che domani sarà un giorno di lavoro, di studio, di nuovi inizi.
Si possono osservare fugaci baci rubati, momenti di complicità, sguardi.
Una cena semplice, preparata con amore; qualcuno che legge un libro nell’angolo più nascosto e protetto della casa.
Qualcuno che si prepara per uscire, qualcuno appena tornato, carico di buste e sacchetti della spesa, e saluta il suo gatto, unico compagno di vita, felice di essere rincasato. Qualcun altro in attesa, di chi non ci è lecito saperlo.

Si può capire quanto la quotidianità delle persone non sia poi tanto distante dalla nostra, quanto siamo tutti più simili di quanto la nostra convinzione ci porti a credere.
In questa quiete, in questo attimo sospeso e fuori dall’incessante vortice del tempo, un’auto, con i suoi occhi caldi e gialli, è sulla strada, scegliendo proprio il momento perfetto per poter tornare a casa.
Nella quiete di una domenica pomeriggio, fredda come solo le domeniche di Gennaio sanno essere, fuori dalle finestre il mondo si dispiega ai nostri piedi. È l’attimo in cui la vita si apre davanti a noi, intravista tra le tende, in tutte le sue molteplici e variegate forme; in cui tutti sentiamo di essere connessi, legati, uniti anche semplicemente dal fatto di star condividendo un singolo secondo di vita.
È il momento in cui tutti pensiamo che le cose possano cambiare, che il domani sarà migliore e si, anche che il futuro, domani, sarà nostro.
Oggi è solo una semplice domenica pomeriggio.




mercoledì 13 gennaio 2021

Piccoli corvi e grandi "magie"


 A Ottobre ho fatto un’incontro splendido, quasi fortuito direi, con una piccola ragazzina, nera come un corvo e con cui ho sentito subito una fortissima affinità.
Vi avevo già parlato di lei e di quanto mi abbia entusiasmato la sua storia.
Con questo nuovo volume, non solo l’ho riscoperta ma mi sono affezionata ancora più profondamente di lei e al suo mondo.
Morrigan si è insinuata pian piano nel mio cuore e ci è rimasta.

Questo secondo libro è, a mio parere, un altro grande successo per Jessica Townsend.
Al lettore vengono spalancate le porte non solo della misteriosa Woundrous Society ma anche della stessa città di Nevermoor: il worldbuilding si espande, colorandosi di sfumature bizzarre ed impensabili, mostrando a chi viaggia insieme a Morrigan angoli, tradizioni e luoghi leggendari, inediti passati segreti e costruzioni al limite del possibile.
Questo è uno degli aspetti che amo di più di Nevermoor: l’impensabile si nasconde sempre dietro l’angolo.
La città ti sorprende ad ogni passo, ti prende in contropiede con il suo essere caotica e ti affascina con il mosaico di meraviglie che l’autrice riesce sapientemente a creare.
Vorrei poter vivere anche un solo giorno in una città magica come Nevermoor, sono sicura che non mi annoierei mai.

Come vi dicevo, con questo secondo volume il mio amore per questa saga si è rinnovato ed ingigantito (soprattutto per Jupiter e Morrigan, che si riconfermano essere assolutamente i miei personaggi preferiti).
Solitamente i secondi capitoli non sono mai all’altezza dei primi, vengono considerati un po’ come “quelli di passaggio”: per la maggior parte vuoti e transitori.
Non è assolutamente questo il caso.
È un costante intreccio di avventure, ricche di colpi di scena e rivelazioni, in una tela che coinvolge tutta la città: Morrigan si troverà a dover fronteggiare un abile ragno tessitore, tra intrighi, raggiri e apparenze, in cui “buoni” e “cattivi” si mischiano e confondono e nulla è come potrebbe sembrare.

Ho apprezzato tantissimo il fatto che l’autrice abbia approfondito il non-visto, i vari “bernoccoli” dei personaggi e alcuni degli infiniti segreti di Nevermoor.
È stato fantastico per me scoprire qualcosa in più sulla Wunder, la magica forza che distrugge, costruisce e crea.
 È innegabile l’abilità della Townsend come creatrice di mondi e personaggi: la sua scrittura è fluida, semplice ed accattivante.

Morrigan è uno di quei personaggi con cui è impossibile non entrare in sintonia: per me è stato come specchiarsi, mi sono connessa con lei in un modo profondo ed unico. È una cosa che mi accade raramente, ma tra me e Morrigan si è creato un legame dal primo momento in cui l’ho incontrata.
Mi sono resa conto di quanto siamo simili, più di quanto mi aspettassi in realtà, e questo secondo capitolo non ha fatto altro che confermarlo.
Ho avvertito la sua forte necessità di appartenenza, il suo sentirsi diversa per una vita intera e finalmente, l’allettante possibilità di avere un posto unicamente per lei, in cui sentirsi accolta e a casa.
È poi c’è lui, fantastico personaggio nonché mentore migliore del mondo: Jupiter North. Io sono di parte, perché Jupiter è diventato una delle mie fortissime crush letterarie, ma è davvero un personaggio ben costruito: il suo rapporto di complicità con Morrigan è cresciuto e si è rafforzato e ho trovato splendido il loro legame.

In definitiva, questo non è solo un secondo volume meraviglioso, ma è anche uno specchio sulla vita: ti insegna che tutti abbiamo un nostro posto nel mondo, che seguire il nostro cuore per proteggere chi amiamo è di fondamentale importanza e che, spesso, l’apparenza non solo inganna, ma cela anche i più bei tesori che si possano immaginare.
Vi saluto pregandovi di leggere questa trilogia, perché non solo ne vale ampiamente la pena, è ben scritta, accattivante, coinvolgente e chi più ne ha più ne mette, ma ha un aspetto fondamentale, una marcia in più: c’è Jupiter!!!

domenica 10 gennaio 2021

Fantasmi e Cappuccino.

 Ho pensato tanto di cosa parlare in questo #writingmonday. 

Voglio che sia uno spazio per me e per voi, dove esprimersi, esporsi senza giudizi. Una pagina bianca e libera da ogni costrizione.
Per questo oggi ho deciso di raccontarvi una storia. 


“Non tutte le favole iniziano con “C’era una volta…” sapete? O almeno, non quelle che proprio "favole" non sono.
Basta aprire un po’ le finestre della vostra mente e ci sarà sempre qualche storia, qualche momento vissuto che vi parlerà, che vi ricorderà qualcosa di speciale.


C’è stato un periodo della mia vita che pensavo potesse durare per sempre.

È stato anni fa ormai, ma mi capita spesso di pensarci. Forse anche troppo spesso.
Erano momenti in cui credevo che nulla potesse scalfirmi, dove tutto andava per il verso giusto ed essere felici era semplice. Era normale la felicità, non solo dei raggi sporadici in mezzo a giornate grigie.

Erano giorni in cui non ero mai sola.
C’era un’altra parte di me, eravamo sempre insieme, non mi abbandonava mai.
Parlavamo tanto io e lei, costantemente, di qualsiasi cosa. Condividevamo ogni singolo momento delle nostre vite.
Ogni istante libero lo passavamo in compagnia l’una dell’altra, bastavamo noi.
Ballavamo come pazze, cantavamo a squarciagola, ci raccontavamo segreti e preoccupazioni.
Ci siamo fatte promesse, abbiamo creato rituali, dedicato canzoni. Ci siamo state.

Le piaceva leggere le mie storie, così scrivevo tanto. Ho scritto anche per lei, spesso.
Forse quelle pagine sono tra le più vere che io abbia mai buttato giù.
Era davvero una parte di me, l’unica che non avrei mai voluto sostituire, per nessuna ragione al mondo.
I nostri momenti insieme erano speciali e ancora oggi credo che lo siano.

Facevamo un sacco di progetti: passavamo dal parlare del giorno dopo a prometterci che ci sarebbe stato un futuro in cui avremo condiviso una vita.
Università, casa, nuovi posti da vedere, altri momenti nostri.
Effettivamente, a ripensarci adesso, guardavamo ancora più lontano di quanto potessimo permetterci.
Ma non importava: non avrei mai potuto desiderare altro nella mia vita.

È stato il periodo in cui pensavo che il futuro sarebbe stato meraviglioso e pieno di opportunità.
Erano momenti in cui mi sentivo utile, indispensabile.
Erano giorni dolci, felici, tranquilli, in cui ero consapevole del fatto che, se anche fossi caduta, non sarebbe stata la fine, ci sarebbe stato qualcuno a prendermi.
Una rete di sicurezza e qualcuno pronto per afferrarmi e stringermi la mano.
Qualcuno che mi dicesse che, comunque fosse andata, ci sarebbe stata.
Anche nei giorni grigi, anche quando il mondo sarebbe riuscito a far danni, sarebbe stata accanto a me. E io sarei stata accanto a lei.

Purtroppo mi dispiace dovervi dire che questa favola, amici miei, non ha un lieto fine.
Non vi racconterò com’è finita o per quali motivi, sarebbe troppo complicato e praticamente impossibile per me parlarvene.

Quella parte di me, a cui ero così intensamente affezionata, è semplicemente svanita.
Una nuvola che si disperde nel cielo. Transitoria. Evanescente.
Nessuno sembrava ricordare che ci fosse mai stato un legame tra noi, in realtà.
Quasi come se lei non fosse mai entrata nella mia vita.

A me di tutti quei momenti condivisi, delle risate, delle lacrime, dei cartoni a mezzanotte non rimane che un eco nel cuore che si affievolisce sempre più.
Una tazza di cappuccino istantaneo ormai fredda.
Delle foto.
Qualche messaggio.

Parole che ho dedicato.
E tanti ricordi sbiaditi.
Non ho niente di più di questo.

 A volte mi chiedo se tutto questo sia successo realmente o se sia stato unicamente un sogno ad occhi aperti.
È tutto così fumoso e confuso, che spesso penso di aver creato tutto da sola.
Non ho nulla che lei abbia dedicato a me, a parte qualche frase su vecchi diari.

Tutto ciò che rimane sono io e il fantasma di qualcosa che non esiste più.
Proprio come quando perdi un pezzo di te: non c’è più ma tu lo senti.
Questo è tutto quello che mi rimane: la sensazione di qualcosa che manca, proprio dove adesso c’è solo un grande vuoto.”

Condivido questa storia con voi oggi perché ho fatto una promessa a me stessa: quest’anno mi libererò da tutti i miei pesi.
Questo è quello che mi porto dietro da più tempo, a cui continuo incessantemente a pensare.
Non credete che non abbia provato a fare a menda, ad aggiustare le cose.
In questa storia non ho rimpianti, soltanto fantasmi che mi perseguitano.
È arrivato il momento di lasciarli andare.

mercoledì 6 gennaio 2021

I nostri "scheletri"

 


Da quando la mia strada e quella di Zerocalcare si sono incrociate non si sono più separate. 

"Scheletri" è la sua ultima opera, pubblicata il 15 Ottobre dalla meravigliosa "Bao Publishing".

Con il suo tratto indistinguibile, la schiettezza e l’ilarità che lo contraddistinguono, Calcare regala ai suoi lettori uno spaccato di due vite: un’adolescenza complicata, vissuta tra Rebibbia e la metro B, e un futuro incerto, dominato dall’ansia e dalla paura di rimanere bloccato mentre tutti vanno avanti senza di te.

Zero racconta quasi 20 anni di vita in un fumetto che unisce fiction e avvenimenti reali, sotto una luce completamente inedita: quella del noir.
Non conoscendo il genere, non posso affermare che quest’esperimento sia riuscito completamente.
Ma una cosa posso dirvela: Scheletri è uno di quei fumetti da recuperare assolutamente.

Parlare di un genio come Zerocalcare non è per niente un compito facile.
Quest’ultima opera si veste di tinte cupe e scure, tipiche di chi vive con un peso che non può (o non vuole) rivelare.


A diciotto anni non si sa mai con chiarezza cosa si è e tantomeno chi si vuole diventare.
Zero, attraverso se stesso, racconta la vita di milioni di adolescenti: incastrati in esistenze che qualcuno ha scelto per loro, indirizzati su percorsi che possano portare ad un domani sicuro. Che preferiscono mentire e continuare ad alimentare i propri mostri, a conservare gli scheletri piuttosto che deludere le aspettative di chi crede che quel tipo di vita sia l’unica possibile.

“Scheletri” è una finestra su vite diverse, percorsi che s’incrociano per caso e scelta. Perché, alla fine, per quanto il fato e il destino possano decidere per te, la strada che prendi è una tua scelta.
Zero è convinto del fatto che, in questa vita, “ […]nessuno cambia. Tutt’al più marcisce."  Ma sarà davvero così?

È stato interessante vedere uno Zero che si dimostra vulnerabile, che non ha completamente ragione, che commette errori ed ha paura di essere lasciato solo, di trovarsi indietro perché non riesce a rispettare i ritmi di una realtà che, intorno a lui, cambia e si evolve troppo velocemente.

È più crudo, diretto e schietto di quanto mi aspettassi. È anche più maturo e scava in profondità, con colpi allo stomaco che ti portano ancora di più ad empatizzare con i personaggi (che ormai conosciamo bene), a sentire ciò che provano e a capire che la vita, per quanto costellata da momenti meravigliosi, non è mai facile.

Questo nuovo volume ha segnato un solco profondissimo dentro di me: non solo l’ho divorato in poche ore, tutto d’un fiato, ma ho ritrovato molto di me nelle parole e nelle tavole di Zero.
Zerocalcare non si rivolge solo alla sua generazione, ma a chiunque si approcci alla lettura delle sue storie.
Le sue parole sono le nostre, le sue ansie, le sue paure, i suoi mostri…ci ricordano quanto tutti siamo simili.
La lettura di “Scheletri” è stata catartica, mi ha aiutato a liberarmi di ansie e pesi che erano radicati dentro di me e continuavano a crescere.

“Coi mostridentro invece funziona al contrario. Più ne parli, più entra l’aria. Più c’è ricircolo.
E i mostri soffrono poiché sono creature molto freddolose.
Se invece li covi, li tieni al caldo, senza far entrare nessuno…crescono.
E possono crescere tantissimo, fino a occupare ogni parte di me.”

Ho amato questa storia, non solo per la trama noir e il mistero di cui è intrisa che, pur non conoscendo il genere, ho davvero apprezzato, ma anche, e soprattutto, per il modo in cui Zerocalcare riesce a guardarti dentro e parlarti con sincerità.
Ogni volta che leggo qualcosa di suo, trovo sempre una storia, una frase, una tavola, che mi dice esattamente ciò che ho bisogno di sentire.

Questa storia ti insegna anche che i mostri, prima o poi, devono uscire, che gli scheletri non potranno prendere il posto dei vestiti per sempre: a volte è necessario soltanto prendere coraggio, avere qualcuno che ci stia vicino e vomitare tutto fuori. Anche se non è sempre facile.
Ma con i mostri dentro non si può vivere.



lunedì 4 gennaio 2021

"Lo dedico a me".


Di solito scrivo sempre qualcosa per la fine di un anno, una sorta di riassunto di tutto ciò che è accaduto, bello o brutto che sia. Mi aiuta a ricordare, a capire dove sono stata e dove sto andando.
Quest’anno non l’ho fatto.
Non so nemmeno io bene per quale motivo: forse perché ci sarebbe stato davvero tanto da poter scrivere su questo duemilaventi.

L’anno in cui ho finito il liceo e ho iniziato l’università.

L' anno in cui ho comprato casa e sono andata a vivere da sola in un'altra città. 

L’anno in cui ho avuto il coraggio di seguire un sogno, a tutti i costi.

L'anno in cui ho finalmente mi sento parte di un gruppo.

L’anno in cui tutto il mondo si è fermato, quasi che avesse smesso di girare.
L’anno in cui ci siamo ricordati che non siamo eterni e tantomeno invincibili.
Meno di dodici mesi per stravolgere miliardi di esistenze, tutte insieme.
A pensarci è ancora surreale.

Ma non ho scritto niente su quest’anno e non ho intenzione di iniziare adesso.
Ero partita convinta di voler raccogliere le mie speranze su questo 2021 ma, sapete, non ci riesco.
Non vorrei fare il solito elenco di parole vuote, che lascia il tempo che trova.
Io non ho delle vere e proprie speranze per questo duemilaventuno, anche se la speranza è sempre l’ultima a morire.
Le speranze, con il loro essere passivo, non sono ciò di cui sento di aver bisogno adesso.


In questo momento di assoluta e totale incertezza, io ho bisogno di obiettivi.
Ho bisogno di pormi dei traguardi da raggiungere, delle mete fisse, punti fermi in questa vita costantemente in movimento e troppo imprevedibile.
Sento la necessità di avere qualcosa di solido su cui basarmi, quest’anno, su cui lavorare ed impegnarmi. Sento il bisogno di mettere dei mattoni e di costruire, di creare qualcosa che duri e che non si lasci abbattere dagli eventi.

Quest’anno voglio lavorare su di me.
Voglio trasformare quella voce che sento costantemente ripetere “non ce la farai” e renderla un meraviglioso “guarda dove sei arrivata. Sii fiera di te”.
Voglio rendermi forte per non entrare in panico quando i problemi arrivano all’improvviso.
Voglio smettere di trasformare nell’Himalaya degli insignificanti granelli di sabbia.

Voglio imparare ad amare me stessa fino in fondo, nel modo più vero e profondo che esista.
Basta colpevolizzarmi e soffrire per ciò che non posso controllare.
Voglio smetterla di giudicarmi quando provo a fare cose nuove.
Voglio smetterla di controllare sempre tutto ed imparare a lasciarmi andare.
Voglio cominciare ad accettare i miei miglioramenti, per quanto piccoli possano essere.
Voglio imparare a riconoscere ciò che di buono c’è in me e non sempre e solo i miei sbagli.

Voglio circondarmi di persone che mi vogliano bene veramente e che mi sostengano.
Voglio eliminare quei fantasmi tossici dei “chissà se…”, delle occasioni perse, delle amicizie bruciate e dei perché che rimarranno per sempre senza una risposta.
E anche di tutte quelle persone che, probabilmente, non hanno mai creduto in me e smetterla di preoccuparmene.

Voglio arrivare al punto in cui sarò finalmente libera, perché saprò dentro di me di non avere niente da dimostrare.
Voglio arrivare a dire “sai cosa? Non mi importa”.
Voglio sentirmi fiera di me stessa e dei miei risultati, perché, quando arriveranno, saranno veramente miei.
Voglio che questo sia un anno di crescita, nonostante tutto ciò che accadrà.


Questo duemilaventuno lo dedico a me, e a nient’altro.
Perché me lo merito.

domenica 6 settembre 2020

#ParolaDiCurly: Piccoli Limoni Gialli 4/5


 Come ho già "annunciato" su instagram, voglio aggiungere  un po' più di me nei miei spazi social: ho bisogno di sentire tutto questo più mio.
Per questo, anche qui sul blog, porterò contenuti "nuovi": scrivere è sempre stata una mia grande passione e sento il bisogno di condividerla con voi!
Troverete appunti, annotazioni, pensieri e riflessioni...oltre alle solite recensioni ovviamente!

Direi che per oggi le comunicazioni di servizio finiscono qui, quindi direi di passare all'evento clue: dopo eoni torno finalmente a scrivere una recensione sul blog!
Bene, cominciamo!



Immaginate il freddo pungente che vi morde le guance mentre voi siete tutti infagottati in sciarpe e cappotti e intanto lo stomaco brontola: non sapete bene se è colpa del freddo, ma avete una fame da lupi.
Ad un tratto, varcata una porta in una delle vie più alla moda della fredda città, sentite un calore che scongela il vostro viso dolorante: un ristorante dalle pareti gialle e le ceramiche azzurro mare si apre davanti ai vostri occhi e nell'aria sentite un ottimo profumo di cucina mediterranea.
Questo è il Piccoli Limoni Gialli e la fredda città è Stoccolma, dove si ambienta la nostra storia.

Se avete l'appetito facile, questo è il libro che fa per voi.
Quando me l'hanno regalato (e per questo devo dire grazie a Cuore, che lo ha scelto per me) non avevo assolutamente nessun'aspettativa. Di solito se compro un libro mi soffermo tremila ore a leggere la trama, aprendolo su pagine a caso per capire se lo stile possa fare al caso mio e altre mille stranezze.
Questa volta non è successo, ma è stato lo stesso un amore a prima vista.
Non mi sarei mai aspettata un incontro così sorprendente come questo!

Agnes è una ragazza che vive a Stoccolma in un piccolo appartamento con il suo ragazzo Tobias, chitarrista squattrinato, e lavora come maitre in un prestigioso ristorante.
La sua vita scorre tranquilla, divisa fra un lavoro che ama, il fidanzato e la sua famiglia, che vive ancora nel piccolo paesino in cui lei è cresciuta.
Sembra andare tutto per il meglio ma si sa, la vita non avverte mai.
Da un momento all'altro tutto ciò che conosce viene distrutto, spazzato via, e lei si torva a dover ricominciare in qualche modo. Ma niente è mai facile come sembra.

Kajsa Ingemarsson è l'autrice (ovviamente svedese) di questo piccolo gioiellino.
Piccoli Limoni Gialli è stata una lettura "poco impegnativa" in senso molto più che buono: lo stile dell'autrice è leggero, frizzante, si legge come se niente fosse. 
Nonostante la sua leggerezza è anche riuscito ad affrontare temi importanti e passaggi della vita in modo esemplare, con delicatezza ma senza andare a reprimere o scolorire i sentimenti reali.
Il suo modo di scrivere è semplice eppure estremamente coinvolgente. Un grandissimo punto a favore.

Altro importantissimo pregio è l'ambientazione: la Svezia, ed in particolare Stoccolma, mi è rimasta nel cuore quando l'ho visitata, due anni fa. I paesi nordici sono affascinanti, non solo per le loro leggende, ma soprattutto per la loro cultura: Piccoli Limoni Gialli urla ad ogni pagina "SVEZIA!" e non ne sarei potuta essere più felice.

E' sempre bello leggere storie di vita vera, reale, che ti portino dentro a ciò che succede, senza essere semplici spettatori.
I suoi personaggi, caratterizzati con pochi tratti ma che si delineano in mente in modo meraviglioso, interagiscono, provano emozioni, cambiano idea, sbagliano, vivono sulla pagina così come nella vita vera.
( Anche se ogni tanto avrei voluto uccidere Agnes e i suoi pensieri da principessa delle favole, ma esistono anche persone così, sono dei tipi).

Questa storia mi ha regalato un viaggio a Stoccolma, una finestra sui giochi e le stranezze della vita e tanta, ma tantissima fame!

venerdì 4 settembre 2020

Settembre


Oggi è il 4 Settembre e, finalmente, si sente un po' di vero freddo (oserei dire).

Certo, non è sicuramente tempo per giacche e maglioni, non ancora almeno, però il vento fuori e la cioccolata qui sul tavolo trasmettono delle belle vibes.

Ho sempre avuto l'abitudine di scrivere qualcosa per l'inizio del nuovo anno, che, per me, è sempre stato Settembre, ancor di più di Gennaio.


Settembre è il mese degli inizi, delle novità e della routine. E' il momento in cui tutto ricomincia a scorrere, verso qualcosa di inaspettato (o aspettato, a seconda dei punti di vista). Mi piace pensare che ciascuno di noi, a Settembre, abbia la possibilità di migliorarsi, rifiorire, cambiare. E' lo stesso mese che ti spinge al cambiamento, con quel senso di rinnovamento, quell'aria buona che senti cambiare attorno a te.

"Ehi sto arrivando, lo senti. Puoi essere tutto ciò che vuoi, l'importante è iniziare da qualche parte”

Se tutto ricomincia, non vedo perché non possiamo farlo anche noi.

Settembre è il mese dei colori: rosso, giallo, arancione, ocra, marrone. E' come se tutto il caldo dell'estate, ad un certo punto, esplodesse nei colori. 
Le foglie che turbinano, si imbarazzano e cadono, con la promessa di tornare presto. Mi è sempre piaciuto colorare l'autunno, nelle schede che ci davano all'asilo.
Tutto quel calore negli occhi e il freddo frizzante sulla pelle. 
E' magia, una meravigliosa contraddizione.


Settembre è il mese degli abbracci nei maglioni freschi di bucato, del profumo di una tisana ai mirtilli durante un pomeriggio di studio, del fantasma del fuoco nel camino che promette di tornare presto (non appena farà un po' più freddo), del sole che ti saluta alle sei, con quei tramonti ad acquerello da collezione.
E' il mese delle luci gialle dei lampioni che si accendono prima di quanto ti aspettassi, calde, avvolgenti.
Settembre è il mese  che risveglia gli animi, con l'aria frizzante carica di promesse.

Settembre è la routine che ritorna, il sapore dell'abitudine, dolce e familiare.
La mia abitudine per Settembre è sempre stata tornare a danza, in quell'aula che mi ha vista crescere, in mezzo a tutti gli alti e bassi della vita. 
Entrare con l'ultimo chiarore nel cielo e uscire con un vento freddo e le stelle. 
Oggi è stato il primo giorno di "routine" e sento dentro di me quel dolce tepore che nasce ogni volta che torno a casa dopo la lezione. Mi era mancato e mi mancherà.

Come vi dicevo, Settembre è il mese dei nuovi inizi e lo sarà anche per me, più del solito almeno.
Questo Settembre per me è completamente nuovo, abbatterà tutto ciò che conoscevo, per ricreare da zero.
Città nuova, amici nuovi, nuova vita e nuove strade.
Non sono spaventata, le novità non fanno paura fin quando sai come affrontarle: mi piace l'idea che tutto cambi. 
Colorerò questo Settembre nuovo di zecca come le schede all'asilo: divertendomi un mondo e usando tutti i colori che riesco a trovare.

Settembre: inizio, vita, colori.
Non potrei chiedere di meglio.




#ParolaDiCurly: "Lei" 4/5

 "Tutta la differenza tra le prime e le ultime parole dette alla persona che ami, sta nel fatto che le ultime non le scegli quasi mai"




Questo, per me, è stato un libro difficile.

 Complicato a livello emotivo. 

Mi ha scosso, scaraventata negli abissi e lentamente, con fatica, mi ha fatto riaffiorare a respirare.

Mi ha tenuta incollata alla pagine per 24 ore, incapace di staccarmi nonostante ciò che stavo leggendo, a volte sentendo quel sordo e malinconico dolore interiore che si avverte quando veniamo feriti nel profondo.

"Lei" è il racconto di un frammento di vita, di un crollo, di uno di quei momenti in cui vedi tutto ciò che conosci scorrerti fra le mani, impossibile da afferrare mentre si sgretola sotto i tuoi occhi. E' quel momento in cui  tu sei li, bloccata e spaesata, incapace di fermare la valanga che ti sta precipitando addosso, nonostante tutti i tuoi sforzi per cercare di reagire.

La nostra protagonista  non ha un nome, non viene mai descritta, eppure nella mente durante la lettura di forma chiara e indistinta un'immagine precisa.

"Lei" è molto diverso da "Non è successo niente": non è il Nicolò del blog; si allontana per trovare in sé una prospettiva nuova, senza la marcata ironia che è il suo marchio di fabbrica. C'è, ma è più amara e controversa, nonostante questo funziona, ti strappa un sorriso anche noi momenti più difficili.

Personalmente questa "riscoperta", questo suo lato più malinconico e amaro, mi è piaciuto molto. Non edulcora la vita di "Lei", ci mostra esattamente quello che succede senza mezzi termini, non importa quanto possa far male. Questa "sincerità" è stata un aspetto che ho apprezzato molto: rende tutto molto più vero, nonostante l'impostazione particolare del libro. 


Questo nuovo libro esplora il tema della felicità, di come sia quasi impossibile trovarla e ancora di più tenerla a sé; di speranze che si infrangono come onde sugli scogli, man mano che vedi tutto ciò che conosci scorre via, lasciando solo spazio a nuovi fallimenti da collezione, uno dietro l'altro. 

Ma anche di rinascita, con una nuova consapevolezza di sé.

La depressione che scaturisce da una vita che si sgretola è uno dei fili rossi che compongono questo romanzo, intrecciandosi con la voglia, nascosta ma tenace, di volersi rialzare, di voler andare avanti e avere nuovamente una direzione da seguire e la ricerca costante della felicità.

Si incappa in qualche passo falso, si cade. Si pensa che "peggio di così non può andare", si inizia vedere nero e sentirsi persi e abbandonati da tutti.

Ma la soluzione è una sola: andare avanti a passi piccoli, accettare qualche compromesso e non demordere mai. E questo è esattamente quello che "Lei" fa.

Questa lettura si è presa tanto da me, ma mi ha lasciato la consapevolezza che nessun crollo è così rovinoso, nessun salto troppo grande da non poter essere superato.

 Mi ha insegnato che, nonostante tutto, si può sempre ricominciare.

sabato 1 agosto 2020

#ParolaDiCurly: "Non è successo niente" 5/5

Come vi dicevo nel post precedente, dopo una sfiorata overdose da fantasy, ho sentito la necessità di staccare la spina e concentrarmi su altri generi.
Ho letto il primo volume della saga dei Cazalet, che mi ha portato nell'Inghilterra del secondo anteguerra, e, successivamente, mi si è aperto un mondo.
Avete presente quando Lucy si avventura nel guardaroba e scopre Narnia?
A grandi linee la sensazione è stata la stessa.

Questo libro, che mi è stato regalato per il compleanno, mi ha sempre incuriosito, fin dalla sua pubblicazione. Quando (finalmente!) sono riuscita ad averlo fra le mani mi sono detta "devo leggerlo il prima possibile" e dunque, eccomi qui!

Oggi parliamo di un volume che mi ha fatto morir dal ridere, riflettere e staccare la testa in momenti complicati, tutto contemporaneamente.
"Non è successo niente" di Nicolò Targhetta, edito Beccogiallo, è stato per me una scoperta piacevolissima: come quando provi un nuovo gusto di gelato e capisci che la tua vita è stata vuota fino a quel momento lì, quando le tue papille gustative incontrano quel magico sapore.

Ecco con questo libro è successa pressoché la stessa cosa: un fulmine a ciel sereno e mi sono innamorata.

L'autore del blog omonimo ha messo su carta dalle gag comiche ma riflessive, alle parodie dei film cult più conosciuti di sempre, andando a creare un universo di una potenza ironica disarmante.
Una volta finito non puoi che dire "ne voglio ancora!"
Nicolò osserva, rielabora e scrive con la sua penna diretta, eppure a volte profondissima, raccontando dell'uomo, del trentenne, della vita di tutti i giorni, con paure e difetti annessi e connessi.
Non sfocia mai nel "troppo", come può succedere che accada con la comicità, ma tutto è stato perfettamente bilanciato: questa è il tipo di comicità perfetta per me, ma credo anche per tutti!

L'ho letto in meno di 24 ore, divorato letteralmente: non potevo staccare gli occhi e la mente da quelle pagine, che hanno avuto su di me un'attrazione magnetica totale.
Ho letto ovunque: per strada, in macchina, sul letto, in qualsiasi momento avessi la possibilità o volessi avere un momento di stacco da tutto ciò che stava accadendo intorno a me.

Leggero, esilarante e mai banale, non avrei mai voluto altro da questo libro: per me è stato la perfezione e non posso fare altro che dare 5 stelline tonde tonde.

Per capire ciò che si prova bisogna leggerlo, non ci sono altre soluzioni, ma credetemi: ne vale assolutamente la pena.


venerdì 31 luglio 2020

#ParolaDiCurly: "Fantàzia's Carnival: lucciola" 4/5

Bentrovati dal un nuovo appuntamento con #ParolaDiCurly!
Durante il periodo post-maturità mi sono immersa fino al collo nel fantasy e in storie che avevano una vena pulsante di magia. Tant'è che poi, dopo "Echi in tempesta", mi sono stati necessari un paio di libri "detox" per uscire dal loop della letteratura fantasy prima di rischiare di avere un overdose.

Ma oggi non sono qui per parlarvi di come si cura l'overdose da fantasy (magari su quello ci farò un post a parte), ma per raccontarvi di una scoperta fatta proprio nel periodo post-maturità, che mi ha colpito con la forza di mille soli e sto parlando di Samila Yumi Marchetti.
Lei scrive e pubblica le sue storie (con una gentilezza e una professionalità invidiabili anche dalle più grandi case editrici a mio avviso) e l'ho conosciuta per caso su i social.
La sua (a quei tempi) futura uscita mi aveva incuriosito tantissimo e, appena mi sono liberata dall' "impiccio" maturità, mi sono fiondata a capofitto nella lettura di "Fantàzia's Carnival: lucciola", il primo volume di questa duologia.

Non avevo mai letto nulla di suo, né mi ero mai approcciata con scrittori "emergenti" prima d'ora e la lettura di questa storia è stata, per me, come scoprire un tesoro nascosto o un messaggio nella bottiglia: sconvolgente ed appassionante.

La prosa di Yumi è scorrevole, semplice ma, al contempo, ti trascina come un vortice all'interno degli avvenimenti. Staccarsi dalle pagine è stato più complicato del solito: sentivo dentro di me crescere la voglia di scoprire cosa sarebbe successo, di svelare il mistero che avvolge questo magico circo sulla scogliera.
(Che poi datemi un paesino sperduto su un'altura, stile Kilmore Cove, un circo misterioso e magia e avrete conquistato ogni centimetro del mio cuore)

Yumi ha creato per il lettore meraviglie inaudite, ammantate di mistero, scritte in maniera divina, che non possono far altro che far scoppiare il colpo di fulmine con chiunque si appropinqui a leggere questa storia. Io mi sono sentita come se vivessi tutto sulla mia pelle ed è stato a dir poco fantastico!

Calipso, Cali per gli amici, con la quale ho scoperto di avere molte cose in comune (tra cui la data di nascita, il disegno e il dolce preferito), è una ragazza "normale", con problemi, diciamo, normali e due amici fantastici. Anche a livello caratteriale, per certi aspetti, mi sento molto vicina a lei, il che è sempre difficile con i personaggi.
Ogni tanto vorresti dirle di darsi una svegliata, sopratutto con Dennis, che tra l'altro è uno di quei personaggi che ti fanno salire il nervoso dall'inizio (ma si dice che quando un personaggio viene odiato allora è ben scritto, so), ma alla fine la adori comunque perché, pensandoci, è molto più simile a te di quanto tu non pensi.

E poi c'è Orpheus, l'affascinante, galante e misterioso Orpheus, per il quale il cuore inizia a palpitare ogni volta che si affaccia tra le pagine.
Certamente Orpheus è una delle mie crush letterarie più forti, dopo Rhys ovviamente (Rhysand è pressoché imbattibile).
Non sappiamo molto di lui, ma la sua cortesia e i suoi modi di fare vi ammalieranno di sicuro.
Non vedo l'ora di conoscerlo meglio e scoprire come si evolverà l'intera situazione.

P.S.: Anche se non ve ne ho parlato, Araceli Best Personaggio Ever! E non dico altro!

Il mistero e la magia che si intrecciano all'interno di questo primo volume mi portano a dire "ne voglio ancora" e, in tutta sincerità, spero che il secondo esca presto e che porti con sé le stesse atmosfere del primo.
Direi che il mio battesimo del fuoco nei riguardi degli scrittori emergenti non sarebbe potuto cominciare meglio di così!

giovedì 30 luglio 2020

#ParolaDiCurly: "Il Mare Senza Stelle" 5/5



"Tanto, tanto tempo fa, Tempo si innamorò di Fato. Appassionatamente, profondamente." 

Vi è mai capitato di sentirvi ancora immersi in una storia, anche dopo aver concluso la lettura dell'ultimo capitolo?
A me si, esattamente con l'ultimo libro di Erin Morgestern "Il Mare Senza Stelle", edito Fazi.
Approdato in libreria il 16 Luglio, era il libro più attesto dal popolo di Bookstagram...e a buon titolo.

Dopo l'enorme successo del suo precedente romanzo "Il Circo della Notte" (letto e adorato, per giunta), intorno a questa nuova storia si era creato un hype pazzesco: su Instagram l'emozione era palpabile, grazie anche al sapiente lavoro della Fazi e delle sue meravigliose box. Insomma, non si parlava d'altro e mi sono letteralmente fiondata in libreria per poterne avere una copia.


L'ho letto d'un fiato, immergendomi pienamente nella trama e negli intrecci, fremendo e viaggiando insieme a Zachary.
Non vorrei dirvi molto sulla trama, perché secondo me questo è un libro che deve essere vissuto senza anticipazioni, nel modo più naturale possibile, in modo tale da sentire le emozioni sotto pelle ed emozionarsi come se lo si vivesse in prima persona.
Ecco cos'è "Il Mare Senza Stelle": un libro che va vissuto appieno, senza remore, immergendosi completamente e lasciandosi trascinare dalla corrente.

Parlare di un libro come questo non è per nulla facile, credetemi, e chi lo ha letto capisce la difficoltà di dover esprimere un parere articolato.
"Il Mare Senza Stelle" è una novità assoluta, non ho mai letto nulla di simile o che possa anche reggere un confronto: è suggestione pura.
Prendete un pizzico di polvere di stelle, odore di inchiostro e cera d'api, pagine di storie, miti e leggende, mischiate tutto insieme con un'energica shakerata, guarnite, infine, con una buona dose di magia, et voilà: questo è "Il Mare Senza Stelle".

Per me è stato un viaggio sensoriale unico ed irripetibile, che mi ha portato in luoghi in cui non avrei mai pensato di recarmi.

Erin Morgestern si riconferma una splendida e magica cantastorie, in grado di avvolgere il lettore nella storia e portarlo per mano attraverso di essa, cullandolo e creandogli intorno mondi suggestivi ed eventi sensazionali.
L'uso che riesce a fare delle parole è sorprendente, le plasma e le colora di infinite sfumature: io mi sono sentita completamente incantata e trascinata dalla potenza della scrittura della Morgestern, come già mi era successo per "Il Circo della Notte".
Il lavoro da miniaturista dell'autrice è sorprendente: una foresta di simbologia e storie, dai fili intrecciati e interconnessi, curata fin nei più minimi dettagli.

La costruzione sia per quanto riguarda i luoghi, ma, ancor di più, dei personaggi è minuziosa: mentre leggevo pensavo che tutto ciò che stava accadendo potesse benissimo capitare anche a me, un giorno.
I personaggi della Morgestern sono sempre "reali", non importa quanto possano sembrare assurdi: l'autrice infonde in loro un'anima pura e unica, che li rende perfettamente umani.

Ho amato questo libro e non penso di sbilanciarmi col dire che questo sia uno dei migliori letti almeno negli ultimi 5 anni.

Se volete sognare ad occhi aperti (e non è assolutamente un luogo comune), amate le storie suggestive e trascinanti e volete immergervi nella leggenda questo è esattamente il libro che state cercando.
Fidatevi, non ve ne pentirete!

#ParolaDiCurly : "Echi in tempesta" 4.5/5

Eccoci tornati!
Nuovo feed su instagram, nuovi pensieri sul blog.
Ogni tanto sento il bisogno di cambiare qualcosa, ma aspetto sempre il momento giusto per farlo.
Credo che ci sia sempre un attimo, un momento giusto per qualsiasi cosa. E i cambiamenti meritano un loro attimo speciale.
Quindi direi di inaugurare questa nuova "rubrica" con l'hashtag #paroladicurly, sotto il quale potrete trovare tutti i pensieri su libri, serie, film e chi più ne ha più ne metta.

Il primo libro che fa da spartiacque è stata una recentissima uscita Edizioni e/o: è sbarcato nelle librerie il 1 Luglio e l'hype intorno a quest'uscita si poteva tagliare col coltello.
Sto parlando del capitolo finale della saga dell'Attraversaspecchi "Echi in tempesta" di
Christelle Dabos.
Io personalmente ero in super hype per l'uscita di questo libro, avendolo preordinato a Maggio aspettavo il corriere come si aspetta la pioggia nel deserto, per farvi capire.

Inutile dire che questo libro mi ha tenuta incollata alle pagine per tutto il tempo, con l'ansia (che mi accompagna dal terzo volume) di sapere cosa sarebbe successo e la sensazione di non arrivare a capire fino in fondo cosa stesse accadendo.
E' una scelta imprescindibile: questo libro o lo si ama (nonostante buchi di trama e difetti) o lo si odia dal più profondo del cuore. Non ci sono posizioni intermedie.

Dal mio punto di vista, questo volume e, per estensione, l'intera saga, occuperanno sempre un posticino speciale nel mio cuore. Anche un po' di più.
Dopo aver finito il libro mi ci è voluto un po' per razionalizzare e scrivere qualcosa di sensato, più che altro per spiegarvi le mie sensazioni (cosa assolutamente non facile) e invitarvi a leggere questa saga meravigliosa.

In questo ultimo volume l'universo creato dalla Dabos si espande, seppur leggermente, matura e cambia.
Vediamo nuovi luoghi, delineati fin nei minimi particolari, da una fantasia senza precedenti, una vena creativa che ho avuto la fortuna di riscontrar, purtroppo, in pochi altri autori.
Viene fatta chiarezza su alcuni tratti caratteristici di Babel e vengono regalate al lettore nuove informazioni e minuzie su quest'Arca multietnica (a volte forse troppe, trattandosi di un volume conclusivo).

I personaggi crescono e maturano.
La nostra piccola Ofelia, che non è più tanto "piccola", si trova a fronteggiare nuove insidie e scoperchiare un vaso di Pandora che potrebbe essere il più pericoloso mai affrontato fino ad ora. Diventa una scopritrice di misteri e, finalmente, darà un senso a tutto ciò che succede nel proprio mondo.
All'inizio della saga forse vi avrei detto che Ofelia era uno di quei personaggi che odiavo di più: maldestra, incapace di prendere una decisione, trasportata dal flusso degli eventi e piegata alla volontà di chiunque altro.

Credo che il personaggio di Ofelia, insieme a Thorn, sia uno di quelli che è maturato maggiormente nell'arco dei quattro libri della saga e questo va a riconfermare la bravura dell'autrice nel delineare personaggi realistici, con una crescita organica.
Soprattutto negli ultimi due, l'Ofelia che conoscevo ha lasciato il posto ad una ragazza intrepida ed intraprendente, impavida e tenace (anche se quest'ultimo aggettivo non è con la i ).
Anche Thorn è cambiato e maturato nel corso della saga: l'arcigno orso del Polo si riscopre negli ultimi due capitoli della saga: uno dei punti che mi è piaciuto maggiormente all'interno dell'ultimo libro, ho letto questa parte con le lacrime agli occhi e i brividi.

Ofelia e Thor rientrano sicuramente nelle mie coppie letterarie preferite. Anche un po' di più.

Quest'ultimo volume credo sia stata una degna conclusione per una delle mie saghe del cuore: nonostante i buchi di trama e gli spiegoni alla SuperQuark, che devo dire non mi sono pesati più di tanto, "Echi in tempesta" non avrebbe potuto avere un altro finale che questo.

Sul web spesso sento venir fuori la domanda "dici che la Dabos scriverà altri libri della saga?"
Risposta: secondo me no e, per di più, a mio parere non dovrebbe farlo.
Dopo aver finito il libro non senti la necessità di averne ancora, non avverti dentro di te quella fame che di solito si sente quando non si è pienamente soddisfatti: sei sazio, consapevole che questo finale, nonostante tutto, è perfetto così com'è.

L'Attraversaspecchi merita la possibilità di essere letto e amato, esattamente come l'ho amato io.
Se non vi sentite pronti aspettate il momento giusto: dopotutto ogni cosa deve avere il suo attimo perfetto.
Se vi sentite pronti e curiosi non aspettate un momento di più: Ofelia e Thorn vi aspettano dietro uno specchio.



Una nuova canzone suona sul campo di battaglia.

  Amo la mitologia, da sempre. Ho avuto la fortuna di avere una nonna magica che mi raccontava storie di dei ed eroi, al posto delle solite ...